3. La natura giuridica delle maggiorazioni contributive ex art. 13, comma 8, Legge 257/92.


La rivalutazione contributiva per coloro che siano rimasti esposti all’amianto con concentrazioni pari o superiori alle 100 ff/ll nella media delle otto ore lavorative per oltre 10 anni, ex art. 13 comma 8 legge 257/92, è riconosciuta indipendentemente dalla diagnosi di malattia asbesto correlata, ‘in funzione compensativa dell’obiettiva pericolosità dell’attività lavorativa spiegata’[1].

Alcuni giudici di merito avevano sospettato l’illegittimità della norma e l’hanno sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale[2], la quale si è pronunciata rigettando la censura perché infondata, ravvisando la determinatezza della fattispecie nel richiamo al presupposto temporale della esposizione ultradecennale coniugata al sistema di tutela previdenziale e a quello del rischio morbigeno, e la razionalità e ragionevolezza in relazione alla capacità delle polveri e fibre di amianto presenti nel luogo di lavoro di determinare conseguenze pregiudizievoli ‘da indurre il Legislatore, sia pure ai fini di prevenzione’ oltre alla rivalutazione del periodo contributivo utile a maturare anticipatamente il diritto pensione.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza 4913/2001, ha dunque circoscritto l’ambito di operatività della fattispecie ai soli casi nei quali nell’ambiente di lavoro presumibilmente ci fosse una esposizione pari o superiore a 100 ff/ll, e l’avente diritto fosse riuscito a renderne la prova, pur con elevato grado di probabilità, presupponendo con il richiamo alle norme di cui agli artt. 24 e 31 del D.L.vo 277/91, con il quale nel nostro Paese è stata recepita la direttiva 477/83/CEE, quanto oggetto di condanna di condanna da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella decisione del 13.12.90, con la quale era stata definita la procedura di infrazione n. 240 del 1989 promossa di ufficio dalla Commissione Europea a carico della Repubblica Italiana, la quale non aveva adottato le norme imposte in sede comunitaria per la tutela dei lavoratori esposti all’amianto, e che dunque ha determinato un ingiusto pregiudizio (portato anche dal concomitante inadempimento delle norme costituzionali e fermo restando che il mancato, o il non tempestivo e puntuale recepimento delle direttive comunitarie, come in questo caso, è fonte di responsabilità), che perciò stesso deve essere integralmente risarcito, e che lo è parzialmente con le disposizioni dettate con l’art. 13 comma 8 legge 257/92, con la quale è stata adottata[3]

“una soluzione che, tenendo conto della capacità di produrre danni in relazione al tempo di esposizione, consente una maggiorazione dell’anzianità contributiva per tutti i dipendenti che siano stati esposti all’amianto per più di dieci anni … attuazione dei principi di solidarietà di cui è espressione l’art. 38 Cost. – in funzione compensativa dell’obiettiva pericolosità dell’attività lavorativa spiegata”.

La Corte Costituzionale è intervenuta nuovamente[4], al fine di rendere l’esatta interpretazione delle norme di cui all’art. 13 comma 8 legge 257/92, e ha stabilito che nel riconoscimento del diritto non è ammessa alcuna selezione che si fondi sulla titolarità del rapporto e sulla categoria merceologica, in quanto ha una funzione compensativa dell’obiettiva pericolosità dell’attività svolta per via della presenza di amianto nell’ambiente lavorativo.

Selezionare tra gli esposti all’amianto, per un periodo di oltre 10 anni, a concentrazioni oltre la soglia delle 100 ff/ll nella media delle otto ore lavorative, per escluderne una vasta platea (ferrovieri, militari, etc.) solo perché non erano dipendenti di imprese che producevano prodotti in amianto o lo lavorassero direttamente, non risponde allo spirito e allo[5]

“scopo della norma (che)… è quello di indennizzare i lavoratori che hanno una aspettativa di vita inferiore rispetto a quelli non esposti all’amianto”

cosicchè anche la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza 19.01.2007 n. 1179, riferendosi ai marittimi, ha dettato un  principio di diritto di portata generale:

“ciò che rileva per il diritto alla rivalutazione contributiva è la sussistenza di un rischio morbigeno (qualificato) e dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall’esposizione all’amianto, e non pure la soggettività dell’ente - FS, poste casse marittime, IPSEMA o INAIL - che gestisce l’assicurazione”

e ciò anche perché nel nostro Paese molte aziende di Stato hanno utilizzato l’amianto e perché gli enti pubblici non hanno dato applicazione al disposto di cui all’art. 32 della Costituzione, e pur consapevoli del fatto che il minerale determinasse danni alla salute e all’ambiente (come dimostra l’inserimento dell’asbestosi nelle tabelle delle malattie professionali utilizzate dall’Inail per l’erogazione delle prestazioni assicurative fin con la legge 455 del 1943) ne hanno permesso un sempre maggior utilizzo, che paradossalmente ha raggiunto l’apice negli anni ’70 ed ’80, quando se ne conosceva anche la natura di cancerogeno, e solo dopo la condanna in ambito europeo sono stati adottati (con il D.L.vo 277/91) limiti di soglia, e se ne è vietato l’impiego e la lavorazione (con la legge 257/92), e quindi contraddice il disposto dell’art. 38, anche come proiezione delle norme di cui all’art. 32 (per la funzione preventiva) nonché il principio di eguaglianza e i criteri di razionalità della interpretazione e applicazione oltre che del venire in essere della disposizione legislativa, secondo quanto stabilito dalla Corte Costituzionale in relazione all’art. 3, e soprattutto contraria alla tutela del lavoro e dei principi di solidarietà e dignità che si trovano scolpiti nelle norme di cui agli artt. 35 e 36 della Costituzione, anche perché tutto ciò poteva essere evitato, e molte vite umane potevano essere salvate.



[1]Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 4913 del 2001 ed ex multis.

[2] Corte Costituzionale, Sentenza n. 5 del 2000.

[3]Cass. Sent. 4913/2001.

[4] Con la Sentenza n. 127 del 2002.

[5]Corte di Appello di Perugia, Sezione Lavoro, Sentenza n. 441 del 2008.