Interrogazione Parlamentare a risposta scritta 4/08220

ATTO CAMERA


INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/08220


Dati di presentazione dell'atto


Legislatura: 16
Seduta di annuncio: 360 del 28/07/2010


Firmatari
Primo firmatario: PORFIDIA AMERICO
Gruppo: MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO


Data firma: 28/07/2010


Destinatari


Ministero destinatario:
• PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
• MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI
• MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

 

delegato in data 28/07/2010


Stato iter:
IN CORSO


Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-08220


presentata da
AMERICO PORFIDIA


mercoledì 28 luglio 2010, seduta n.360

 

PORFIDIA. -
Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'economia e delle finanze.
- Per sapere - premesso che:

l'amianto (chiamato anche asbesto) è un minerale naturale a struttura fibrosa appartenente alla classe chimica dei silicati. Esso è potenzialmente indistruttibile in quanto resiste sia al fuoco che al calore, nonché agli agenti chimici e biologici, all'abrasione e all'usura. Per le sue caratteristiche di resistenza e di forte flessibilità è stato ampiamente usato nell'industria e nell'edilizia, benché - già negli anni '40 del secolo scorso - fosse stato scientificamente dimostrato che si trattava di una sostanza altamente nociva per la salute, risultata poi avere anche effetti cancerogeni;

superando le ritenute proprietà terapeutiche dell'amianto tra i medici naturalisti del '600, è nel corso del 1800 che - a partire dall'Austria e dall'Inghilterra - l'amianto comincia ad essere utilizzato nell'industria di tutto il mondo. Risale agli inizi del '900 il primo processo in Italia (in Piemonte) all'esito del quale venne condannato il titolare di un'azienda che lavorava amianto perché la pericolosità del minerale era stata ritenuta circostanza di conoscenza comune per chiunque avesse un minimo di cultura. È solo nei decenni successivi che viene scientificamente accertato che la consistenza fibrosa dell'amianto è alla base, oltre che delle sue apprezzate proprietà tecnologiche, pure delle sue caratteristiche di pericolosità, proprio a causa del rilascio nell'aria di fibre inalabili, estremamente suddivisibili, che possono causare gravi patologie a carico principalmente dell'apparato respiratorio;

questo nesso a livello scientifico è stato negato per decenni. Purtroppo, il rischio morbigeno legato all'esposizione all'amianto era già ben conosciuto agli inizi del 1900 e fu riconosciuto nel congresso di medicina del lavoro di Milano del 1906 e successivamente confermato dal tribunale di Torino in una sentenza del 1908, in nome di Vittorio Emanuele III, nella causa n. 1197/1906, Soc. anonima The British Asbestos company Limited contro Pich Avv. Carlo, che richiama «le acquisizioni del Congresso Internazionale di Milano sulle malattie professionali in cui venne riconosciuto che fra le attività più pericolose sulla mortalità dei lavoratori vi sono quelle indicate col nome di polverose e fra queste in prima linea quelle in cui si sollevano polveri minerali e tra le polveri minerali le più pericolose sono quelle provenienti da sostanze silicee come l'amianto perché ledono le vie respiratorie quando non raggiungono sino al polmone»; così anche presso il policlinico di Torino, dove in 30 cartelle cliniche si rinvengono identiche annotazioni del prof. Scarpa e nelle norme di cui al regio decreto 14 giugno 1909, n. 442, in tema di lavori ritenuti insalubri, al decreto legislativo 6 agosto 1916, n. 1136, al regio decreto n. 1720 del 1936 e alla legge 12 aprile 1943, n. 455, che individua l'asbestosi come malattia professionale;

quasi quarant'anni fa ha avuto inizio in Italia la mobilitazione di cittadini e di lavoratori per eliminare l'amianto e i suoi effetti nocivi. Le lotte e gli scioperi iniziati in Piemonte (dove si trovavano le cave di Balangero e l'eternit di Casale Monferrato), in Friuli Venezia-Giulia (a Monfalcone e Trieste), in Veneto (a Porto Marghera) e in Lombardia (a Broni, a Seveso, alla Breda di Sesto) portarono alla sottoscrizione di accordi sindacali che prevedevano l'istituzione dei «libretti sanitari individuali», il registro dei dati ambientali di reparto nelle fabbriche, nonché i controlli delle aziende sanitarie locali sugli ambienti di lavoro. Questi accordi sindacali furono poi recepiti da leggi regionali e, successivamente, da leggi nazionali;

dopo oltre venti anni di processi civili e penali, fu finalmente approvata la legge 27 marzo 1992, n. 257, «Norme relative alla cessazione dell'impiego dell'amianto», che prevedeva il divieto di estrazione, lavorazione, utilizzo e commercializzazione dell'amianto, la bonifica degli edifici, delle fabbriche e del territorio, misure per la tutela sanitaria e previdenziale dei lavoratori ex esposti all'amianto, nonché misure per il risarcimento degli stessi e per il riconoscimento della qualifica di malattia professionale e del danno biologico;

purtroppo in questi ultimi sedici anni la predetta legge è stata solo parzialmente attuata, come pure il decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277, attuativo di direttive comunitarie in materia di protezione dei lavoratori dai rischi derivanti da esposizione ad agenti climatici, fisici e biologici, mentre sono aumentati progressivamente i decessi per tumore causati da esposizione all'amianto;

per quasi un decennio sono rimasti non attuati aspetti fondamentali di tale normativa, come la mappatura della presenza dell'amianto nel nostro Paese, la previsione dei piani regionali di bonifica, la creazione del registro degli ex esposti e dei mesoteliomi;

solo nel 1999 si è svolta la 1a Conferenza governativa sull'amianto che ha consentito una verifica dello stato di attuazione della legge;

a fronte di questi ritardi il registro nazionale dei mesoteliomi - finalmente realizzato alla fine del marzo 2004 - registrava 3.670 casi di decesso. È importante sottolineare, però, che si tratta di dati molto parziali, sia perché, a quella data, molte regioni non avevano ancora provveduto alla creazione del registro degli ex esposti, sia perché trattasi di decessi avvenuti in strutture ospedaliere, rimanendo quindi sommerso e sconosciuto il numero dei decessi «non ufficiali»;

nei prossimi decenni - stante il lungo periodo di latenza della malattia, anche superiore ai trenta anni - si avrà un forte incremento dei decessi provocati dall'amianto, che raggiungerà l'apice tra il 2015 e il 2025, e, secondo alcuni esperti, persino nel 2040. L'emergenza amianto non è però finita con la chiusura delle fabbriche: le malattie, come ricordato, hanno un'incubazione che può essere lunghissima e non colpiscono solo gli ex lavoratori, ma anche i loro familiari, contaminati dai vestiti portati a casa, e i cittadini che vivono nelle vicinanze delle fabbriche;

la Firema è un'azienda metalmeccanica specializzata nella realizzazione, assemblaggio e manutenzione di vagoni ferroviari e parti di locomotori. Nel corso degli ultimi anni nello stabilimento della Firema di S. Nicola la Strada (provincia di Caserta), sono passati centinai di vagoni ferroviari imbottiti di amianto per il cui smantellamento sono stati impiegati un numero considerevole di lavoratori. Decine di questi operai hanno contratto malattie direttamente riconducibili all'esposizione ad amianto, così come riscontrato dall'osservatorio epidemiologico della regione Campania nell'agosto del 2008;

nel 2007 l'allora Ministro del lavoro e della previdenza sociale ha emesso l'atto di indirizzo certificativo della qualificata esposizione e, con l'articolo 1, commi 20, 21 e 22, della legge n. 247 del 2007, i lavoratori esposti hanno acquisito il diritto a vedersi riconosciuto il beneficio contributivo di cui all'articolo 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992, utile all'anticipata maturazione del diritto a pensione, per un periodo pari al 50 per cento di quello dell'esposizione, prolungato fino all'inizio delle bonifiche e/o al 2 ottobre 2003;

successivamente, lo stesso Ministro del lavoro e della previdenza sociale, con decreto ministeriale 12 marzo 2008, articolo 1, lettera b), e in seguito l'INAIL - direzione centrale prestazioni ufficio III - con atto n. 60002 del 19 maggio 2008, avevano limitato l'ambito di operatività della norma di cui all'articolo 1, comma 20, 21 e 22, della legge n. 247 del 2007 ad alcuni reparti di 15 dei 500 siti, per i quali era intervenuto l'atto di indirizzo del Ministro del lavoro che riconosceva la loro qualificata esposizione a polveri e fibre di amianto, ai fini di conferire il beneficio contributivo ex articolo 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992, utile ai fini dell'anticipata maturazione del diritto, con il coefficiente del 50 per cento dell'intero periodo di esposizione fino all'inizio delle bonifiche e comunque non oltre il 2 ottobre 2003;

con l'emissione dell'atto amministrativo del 19 maggio 2008, l'Inail ha escluso i lavoratori della FIREMA dai benefici previsti dagli atti d'indirizzo;

molti dei siti della Campania dove era presente e si usava massicciamente amianto in matrice compatta e friabile sono oggetto di atto di indirizzo ministeriale, che sanciscono l'accertamento della concreta esposizione di tutti i lavoratori che vi prestavano la loro attività e che in quanto tali debbono considerarsi ricompresi nella norma di cui all'articolo 1, commi 20, 21 e 22, della legge n. 247 del 2007;

l'esclusione di questi lavoratori - ritenuta ingiusta dall'interrogante (con particolare riferimento a quelli della Firema Trasporti di Caserta, ma anche quelli della Fincantieri di Castellammare di Stabia ed altri siti) - dal novero di coloro che possono beneficiare del prolungamento del riconoscimento del periodo di esposizione, utile per guadagnare anticipatamente l'accesso alla pensione ha trovato riconoscimento giurisprudenziale da parte del TAR del Lazio, che ha annullato parzialmente gli atti applicativi della norma, nella parte in cui escludevano detti siti;

infatti, le associazioni dei lavoratori esposti e vittime dell'amianto e singoli lavoratori hanno proposto ricorso al TAR del Lazio, con l'avvocato Ezio Bonanni, le cui ragioni giuridiche, poste a fondamento del ricorso, hanno trovato accoglimento con la sentenza n. 5750/09 del 23 aprile 2009, depositata in data 18 giugno 2009, che ha statuito: «il ricorso va pertanto accolto e per l'effetto va annullato nel decreto ministeriale del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e del Ministero dell'Economia e Finanze in data 12 marzo 2008 ed in particolare nell'articolo 1, lettera b) l'espressione e nei reparti indicati nei predetti atti di indirizzo limitatamente ai reparti od aree produttive per i quali i medesimi atti riconoscano l'esposizione protratta fino al 1992»; e nell'atto di cui alla nota INAIL - Direzione Centrale prestazioni - Ufficio III n. 60002 del 19 maggio 2008 ed in particolare al quarto capoverso l'espressione «nei reparti per i quali i predetti atti di indirizzo riconoscano l'esposizione protratta fino a tutto il 1992», il quinto capoverso e l'elenco di cui all'allegato 3 nella parte in cui non prevede l'applicazione dei benefici di cui all'articolo 13, comma 8 della legge n. 257 del 1992 nei confronti di lavoratori i cui stabilimenti siano ricompresi in altrettanti atti di indirizzo che recano date di esposizione entro il 1992»; nella parte dispositiva la sentenza stabilisce: «Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio - Sezione Terza bis definitivamente pronunziando sul ricorso in epigrafe, lo accoglie e per l'effetto annulla il decreto ministeriale del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e del Ministero dell'Economia e Finanze in data 12 marzo 2008 e l'atto di cui alla nota INAIL - Direzione Centrale prestazioni - Ufficio III n. 60002 del 19 maggio 2008 nelle parti e secondo le modalità in motivazione indicate»;

attualmente, a quanto consta all'interrogante, l'INAIL, ivi compresi gli uffici di Caserta e delle altre province della Campania, nonostante il chiaro disposto della sentenza del Tar del Lazio e la chiara ed univoca disposizione normativa, non rilascerebbe ai lavoratori aventi diritto il certificato di esposizione che deve essere esibito all'INPS o all'INPDAP (a seconda dell'ente previdenziale di appartenenza) per ottenere l'accoglimento della domanda di prepensionamento;

i diritti in esame, oltre ad essere patrimoniali (vera e propria retribuzione, articolo 141 del Trattato istitutivo delle Comunità europee e direttiva n. 79/7) e tutelati anche dalla Convenzione europea per i diritti dell'uomo (articolo 1, protocollo 1, ed articolo 14), sono ancorati all'articolo 38 della Costituzione (la Corte costituzionale con la sentenza n. 5 del 2000, e successivamente con quella n. 127 del 2002, ha ancorato il diritto all'articolo 38 della Costituzione; e così la Corte di cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 4913 del 2001 ed altre ne ha stabilito la natura risarcitoria, anche per tardivo recepimento della direttiva 477/83/CEE, come da sentenza di condanna della Corte di giustizia del 13 dicembre 1990);


come già evidenziato, il TAR del Lazio si è pronunciato in favore dei lavoratori; infatti, l'articolo 1, comma 20, legge n. 247 del 2007 stabilisce che il diritto è attribuito a tutti i lavoratori «nelle aziende interessate dagli atti di indirizzo già emanati in materia dal Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale»;


l'Inail, la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ed il Ministero dell'economia e delle finanze hanno proposto ricorso al Consiglio di Stato ed il procedimento è tutt'ora pendente, sostenendo che la norma dovrebbe essere interpretata nel senso voluto nell'atto amministrativo dichiarato illegittimo dal TAR e con la limitazione all'elenco di 15 siti per tutta Italia, come stabilito da Inail e quindi escludendo i lavoratori FIREMA e altri;


il cosiddetto decreto-legge «Milleproroghe» n. 194 del 2009, all'articolo 6, comma 9-bis, ha modificato la legislazione vigente prevedendo che: «l'articolo 1, comma 20, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, si interpreta nel senso che gli atti di indirizzo ministeriale ivi richiamati si intendono quelli attestanti l'esposizione ad amianto protratta fino al 1992, limitatamente alle mansioni ed ai reparti ed aree produttive specificamente indicate negli atti medesimi»;


gli aventi diritto, che hanno proposto ricorso alle varie istanze, hanno tuttavia già maturato, per effetto della disposizione legislativa sopra richiamata, la prestazione pensionistica ed il loro diritto è tutelato anche dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo;


si fa altresì presente che, con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, i principi di diritto della Convenzione sono ora veri e propri assi portanti del diritto comunitario e vincolano anche il legislatore nazionale, nella nuova gerarchia delle fonti che ne discende (articolo 6, comma 2, del Trattato);


le prestazioni pensionistiche rientrano tra quelle retributive ed in forza del diritto comunitario non sono possibili diversi trattamenti (articolo 141 Trattato CE e direttiva 19 dicembre 1978, n. 79/7; Corte di Giustizia 29 novembre 2001, causa C-366/99; Corte di Giustizia 13 dicembre 2001, causa C-206/2000; Corte di Giustizia 13 novembre 2008, causa C-46/2007, la quale ultima afferma che nel nostro ordinamento la diversa età pensionabile di uomini e donne nell'ambito del pubblico impiego viola il principio della parità del trattamento retributivo di cui all'articolo 141 TCE, in quanto la pensione Inpdap, tenendo conto della media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni e dei contributi corrispondentemente versati, deve essere quantificata come retribuzione);


nello specifico delle maggiorazioni di anzianità ai fini del calcolo della pensione, sempre la Corte di giustizia, con la già richiamata sentenza 29 novembre 2001, della causa C-366/99, ha stabilito principi di eguaglianza, nelle retribuzioni, attraverso una indennità diretta a compensare svantaggi professionali derivanti ai dipendenti pubblici femminili, e.mutatis mutandis, ciò rileva anche nel caso come quello dell'esposizione all'amianto dove questi lavoratori sono svantaggiati per avere inalato fibre di amianto, dannose per la salute ed in grado di determinare nel tempo, anche a distanza di 40 anni, patologie che portano alla morte in pochi mesi, e comunque di accorciarne la vita;


i siti in esame sono quelli dove il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha accertato e certificato la contaminazione da amianto (e dunque non è dubbia l'esposizione) in maniera qualificata ed oltre la soglia di legge (100 ff/ll, per 8 ore lavorative e per oltre 10 anni);


gli ultimi sviluppi nel percorso d'integrazione europea, che sopra sono stati segnalati, hanno portano all'operatività dei principi cardine dell'uguaglianza (articolo 20) e della non discriminazione articolo 21 della Carta di Nizza, già principi fondamentali della Corte di giustizia, già prima dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona (Corte di Giustizia CE, sezione 1, 7 settembre 2006 nella causa C-2005);


nel caso di specie, la modifica legislativa, conforme alla interpretazione degli enti condannati dal TAR e che hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato, appare all'interrogante in contrasto con l'articolo 6 della Cedu e con gli articoli 24 e 111 della Costituzione, nonché con l'articolo 141 TCE e con gli articoli 20 e 21 della Carta di Nizza, vincolante ex articolo 6, comma 1, del Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1o dicembre 2009 e pubblicato su GUCE il 17 dicembre 2007, n. C-306/13 -:


se siano a conoscenza di quanto sopra esposto e quali iniziative, anche di carattere normativo, intendano assumere per una positiva conclusione della vicenda, che consenta ai lavoratori in questione di poter finalmente conseguire i benefìci contributivi di cui in premessa. (4-08220)

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