8. Accertamento dell’esposizione qualificata ai fini del riconoscimento del diritto di cui all’art. 13, comma 8, l. 257/92.

8.1 Il limite di soglia

Per le fattispecie di cui ai commi 6 e 7 dell’art. 13 della legge n. 257/92 non è prevista alcuna soglia di esposizione, in quanto assumono decisivo rilievo rispettivamente l’aver prestato attività di lavoro in cave e miniere di amianto, ovvero l’aver contratto patologie asbesto correlate documentate dall’INAIL, diversamente rispetto alla fattispecie di cui al comma 8, per la quale l’avente diritto deve dimostrare di essere rimasto esposto a polveri e fibre di amianto oltre la soglia delle 100 ff/ll nella media delle otto ore lavorative per oltre 10 anni.

La norma di cui all’art. 13, comma 8, della legge 257/92 non ha tra i requisiti della maturazione del diritto quello della soglia di esposizione, il cui onere probatorio, gravante a carico del lavoratore, è stato ricavato in via interpretativa dalla Corte di Cassazione[1], sulla base delle disposizioni di cui agli artt. 24 e 31 del D.Lgs. 277/91[2], tanto è vero che il legislatore del 2003, all’art. 47, comma 3, della l. 326, ha testualmente stabilito:

“Con la stessa decorrenza prevista al comma 1, i benefici di cui al comma 1, sono concessi esclusivamente ai lavoratori che, per un periodo non inferiore a dieci anni, sono stati esposti all'amianto in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno. I predetti limiti non si applicano ai lavoratori per i quali sia stata accertata una malattia professionale a causa dell'esposizione all'amianto, ai sensi del testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, di cui al punto decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124”.

Il limite delle 100 fibre/litro ai fini dell’erogazione dei benefici per esposizione ad amianto, per i lavoratori esposti, che non hanno contratto patologia asbesto correlata, è stato dunque introdotto dal legislatore soltanto nel 2003, e ciò dimostra che prima di allora non sussisteva, e che dunque le diverse determinazioni erano illegittime.



[1] Con la sentenza n. 4913 del 2001.

[2] Norme che sanciscono obblighi accessori a carico del datore di lavoro in materia di sicurezza e misure cautelari rispetto al rischio amianto, piuttosto che oneri probatori in materia di riconoscimento di maggiorazioni contributive per esposizione ad amianto.


8.2 La competenza delle CONTARP regionali.

Nel vigore del precedente regime normativo, gli enti previdenziali, per via amministrativa, chiedevano alle CONTARP regionali, Uffici dell’INAIL deputati all’accertamento tecnico, un giudizio, in base al quale applicare o meno la maggiorazione contributiva con il coefficiente 1,5 per tutto il periodo ultradecennale di esposizione ad amianto, mentre con l’entrata in vigore dell’art. 47 della legge n. 326/03, e con il successivo D.M. 27.10.2004, è l’avente diritto a dover inoltrare domanda di certificazione direttamente all’INAIL, chiamato a dover rilasciare la certificazione in base all’istruttoria del CONTARP regionale.

L’art. 2 del D.M. 27.10.2004 stabilisce i criteri attraverso i quali debbono essere rilasciate le certificazioni di esposizione, riassumibili, conformemente al dettato normativo, nella necessità dei presupposti dei dieci anni di occupazione in attività lavorative comportanti esposizione ad amianto “in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre litro come valore medio su otto ore al giorno”, e con specifico riferimento alla “a) coltivazione, estrazione o trattamento di minerali amiantiferi; b) produzione di manufatti contenenti amianto; c) fornitura a misura, preparazione, posa in opera o installazione di isolamenti o di manufatti contenenti amianto; d) coibentazione con amianto, decoibentazione o bonifica da amianto, di strutture, impianti, edifici o macchinari; e) demolizione, manutenzione, riparazione, revisione, collaudo di strutture, impianti, edifici o macchinari contenenti amianto; f) movimentazione, manipolazione ed utilizzo di amianto o di manufatti contenenti amianto; distruzione, sagomatura e taglio di manufatti contenenti amianto; g) raccolta, trasporto, stoccaggio e messa a discarica di rifiuti contenenti amianto.
3. Per periodo di esposizione si intende il periodo di attivita' effettivamente svolta
”.

L’art. 3, al comma 7, precisa che l’INAIL si deve avvalere dei “dati delle indagini mirate di igiene industriale, di quelli della letteratura scientifica, delle informazioni tecniche, ricavabili da situazioni di lavoro con caratteristiche analoghe, nonché di ogni altra documentazione e conoscenza utile a formulare un giudizio sull’esposizione all’amianto fondato su criteri di ragionevole verosimiglianza”, cui ha fatto seguito il dettato della Circolare INAIL n° 90 del 29.12.2004, secondo la quale “…la durata e l’intensità dell’esposizione sono accertate dalle CONTARP regionali, che, ai sensi dell’art. 3 comma 7, potranno formulare giudizi fondati su ragionevole verosimiglianza utilizzando non solo le indagini mirate di igiene industriali – laddove esistenti – ma anche i dati della letteratura scientifica, le informazioni ricavabili da situazioni lavorative con caratteristiche analoghe e ogni altra documentazione e conoscenza utile…”, cui faceva seguito la Circolare 7876 bis del 16.02.2006, che anche in materia di riconoscimento della natura professionale delle patologie, ha valorizzato il giudizio probabilistico fondato “su criteri di ragionevole verosimiglianza” in base alla “tipologia delle relazioni svolte”, ambiente di lavoro e con l’utilizzo “delle indagini mirate di igiene industriale, di quelli della letteratura scientifica, … informazioni tecniche, ricavabili da situazioni di lavoro con caratteristiche analoghe”.

I criteri adottati dal legislatore per quanto riguarda le modalità di accertamento del diritto e di formulazione del giudizio da parte dell’INAIL sono speculari e coerenti con i principi di diritto dettati dalla giurisprudenza di merito[1] e confermati dalla Corte di Cassazione[2], in materia di interpretazione dell’art. 13, comma 8, della l. 257/92, in forza dei quali per poter ottenere il riconoscimento del diritto è sufficiente la prova della rilevante probabilità di superamento della soglia delle 100 ff/l nella media delle 8 ore di lavoro per oltre 10 anni fondata sul giudizio presuntivo tratto dal rischio morbigeno presente nell’ambiente lavorativo.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza n.16119 dell’01.08.2005, ha precisato che il giudizio presuntivo sul superamento della soglia delle 100 ff/l nella media delle 8 ore lavorative per ogni anno e per oltre 10 anni, può essere desunto e formulato con un[3]

“margine di approssimazione di ampiezza tale da fugare mediante un rilevante grado di probabilità circa il superamento della soglia massima di tollerabilità … riferito anche un’esposizione della durata di pochi minuti al giorno risultata gravemente nociva”

e circa il termine finale di esposizione[4]

“...la campagna mirata alla dismissione dell’uso dell’amianto nelle attività lavorative, … intrapresa dalle autorità sanitarie, non costituisce prova della avvenuta riduzione della concentrazione delle fibre di amianto al di sotto del limite fissato dalla legge 277 del 1991 art. 24 comma 3 (100 fibre/litro per un periodo di otto ore)… in mancanza di prova della adozione da parte della società di concrete misure protettive o di modificazioni delle concrete modalità di lavoro dell’assicurato…” 

con conseguente affermazione del diritto alla rivalutazione dell’intero periodo lavorativo con il coefficiente 1,5, fino al dì della integrale bonifica, ex art. 13 comma 8 legge 257/92, poiché dunque è sufficiente[5]

“la semplice verosimiglianza di quel superamento, la probabilità che quella soglia esista anche soltanto nell’ambiente”

e nel corso di un eventuale giudizio[6],

“al fine del riconoscimento di tale beneficio, non è necessario che il lavoratore fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente, qualora ciò non sia possibile, avuto riguardo al tempo trascorso e al mutamento delle condizioni di lavoro, che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia massima di tollerabilità”.

La mansione e la categoria merceologica e produttiva e la titolarità del rapporto di lavoro non rilevano, in quanto è decisivo in ordine alla ‘esposizione’ il concreto rischio morbigeno secondo il giudizio che se ne può trarre, tenendo conto di tutto l’ambiente di lavoro, e non di un singolo reparto,

“per cui è esposto al rischio non solo l’operaio che è addetto o a contatto con le lavorazioni che utilizzano amianto, ma anche chi (a qualunque categoria lavorativa appartenga) svolga la sua attività in ambienti nei quali vi sia comunque diffusione e concentrazione di amianto, addetto o meno a specifiche lavorazioni all’amianto”

(Cass. Sezione Lavoro, Sentenza n. 10114 dell’11.07.2002[7])



[1] Tra gli altri il Tribunale di Terni, con Sentenze confermate in Cassazione, rispettivamente Sent. n. 22432 del 2004, Sent. n. 22433 del 2004; Sent. n. 22432 del 2004; Sent. n. 22435 del 2004; Sent. n. 22446 del 2004; Sent. n. 377/04; Sent. n. 2243/04; Sent. n. 22519/04; Sent. n. 22541/04; Sent. n. 22831/04; Sent. n. 23524/04; Sent. n. 21929; Sent. n. 2031; Sent. n. 32/04; Sent. n. 21889; Sent. n. 90 – 91/04; Sent. n. 1980/04; Sent. n. 4557/04; Sent. n. 4550/04; Sent. n. 2415/04; Sent. n. 1969/04; Sent. n. 4665/04; Sent. n. 3463/04; Sent. n. 2416/04; Sent. n. 2408/04; Sent. n. 2475/04; Sent. n. 1974/04; Sent. n. 22313 -14 – 15 -16 – 17 – 18/04; Sent. n. 22300/04; Sent. n. 21864 – 65 – 66- 67 – 68/04; Sent. n. 396/04; Sent. n. 320/04; Sent. n. 22156 – 57 – 58/04; Sent. n. 21861/04; Sent. n. 21991/04; Sent. n. 22301 – 02 – 03 -04/04; Sent. n. 22079 – 80/04; Sent. n. 20465/04; Sent. n. 10673/04; Sent. n. 21223/04; Sent. n. 21330 – 31/04; Sent. n. 21445/04.

[2]Corte di Cassazione, Sez. Lav. Sent. n. 21256/04; Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sent. n. 1392/05; Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sent. n. 2456/05; Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sent. n. 2587/05; Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sent. n. 2582 – 83 – 84/85 e Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sent. n. 16117/05.

[3]Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n.16119 dell’01.08.2005.

[4]Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, Sentenza n. 441 del 12.01.06.

[5]Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 16119/2005.

[6]Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 16119/2005.

[7] Con la Sentenza n. 10114 dell’11.07.2002 la Corte di Cassazione, Sezione lavoro, ha rigettato il ricorso dell’ente previdenziale e ha confermato la decisione del Giudice di merito che aveva accolto la domanda di accredito contributivo di un impiegato che aveva lavorato in un ambiente morbigeno per presenza di amianto, senza che potesse rilevare il fatto che egli non fosse un operaio, e la categoria merceologica cui apparteneva il suo datore di lavoro.


8.3 L'utilizzo del Database Amyant INAIL e dell'algoritmo di calcolo dell'Ente tedesco Berufsgenossenchaften per la valutazione tecnica dell'esposizione.

Per la determinazione dell’entità dell’esposizione a polveri e fibre di amianto è prassi consolidata ed universalmente riconosciuta fare riferimento al Database Amyant INAIL, che riporta i valori per ogni singola attività e all’algoritmo di calcolo dell’Ente tedesco Berufsgenossenchaften, anche se il risultato è influenzato dai dati di partenza, circa i tempi delle varie attività nella giornata e nella settimana lavorativa, ed è molto approssimativo.

Il calcolo della concentrazione media annuale delle fibre di amianto, come valore medio di 8 ore al giorno, necessario per l’identificazione dell’esposizione nel caso di attività previste può essere dunque effettuato sulla base del criterio messo a punto in Germania nel 1993 dall’Hauptferband der Berufgenossenschaften, assumendo come punto di partenza il turno giornaliero della durata di 8 ore, con 240 giornate lavorative per ogni anno, ed elaborando il calcolo con la seguente formula:

F x t x 5,21 x 10-4 fibre cm-3

dove: F sta per concentrazione delle fibre (secondo la banca dati Amyant), t il tempo di esposizione in ore (per esposizioni giornaliere di pochi minuti va posta la durata, dell’esposizione pari a 1/8 di giornata; per esposizioni settimanali più occasionali - per pochi minuti non tutti i giorni - va posta pari a 1/16 di ogni giornata lavorativa) 5,21 x 10-4 = 1 h lavorativa/1 anno lavorativo = 1/(8 x 240) = 1/1920.

Se per effetto del calcolo si ottiene un valore pari o superiore a 0,1 fibre cm-3, il lavoratore viene considerato ‘esposto all’amianto’ e l’INAIL può rilasciare il certificato di esposizione.

Questo criterio di calcolo viene solitamente eseguito anche dai CTU incaricati di svolgere la consulenza tecnica e di formulare il relativo giudizio utile per affermare o negare il diritto.


8.4 La tutela giursdizionale del diritto.

Nel caso in cui l’INAIL non rilasci il certificato di esposizione qualificata, l’avente diritto, dopo averne inoltrato domanda di riconoscimento anche all’ente presso il quale è assicurato ai fini dell’erogazione della pensione, e decorsi i 120 giorni, e anche prima in caso di rigetto, deve inoltrare il ricorso al Comitato Provinciale dell’ente, e qualora non venisse accreditata la maggiorazione contributiva, dovrà ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenerne la condanna al riconoscimento del diritto e all’accredito della contribuzione aggiuntiva.

Ai fini della tutela giurisdizionale del diritto, oltre agli oneri di deduzione specifica, di cui all’art. 414 c.p.c., è indispensabile al fine di permettere al Giudice la definizione del giudizio fondato sulla rilevante probabilità circa la presunzione o meno di superamento della soglia di esposizione delle 100 fibre/litro nell’ambiente di lavoro, per oltre 10 anni, l’ammissione e l’espletamento della CTU tecnico-ambientale, che assume viepiù anche una funzione percipiente, tenendo conto anche della natura previdenziale della controversia, e perché l’accertamento di questa situazione di fatto è rilevabile solo con il ricorso a determinate cognizioni, oltre che di valutazione tecnica dei rilievi documentali e probatori in atti (Cassazione, Sezione Lavoro, 30.01.03 n. 1512; Cassazione, Sezione Lavoro, 23.04.04 n. 771); ivi compresa la prova testimoniale (Cassazione, Sezione Lavoro, 20.01.09 n. 1392[1]), e che è prevista dall’art. 445 c.p.c.[2], e la cui mancata ammissione si traduce in una violazione di legge oltre che nel difetto di motivazione.

Spesso i CTU che vengono nominati, dopo aver valutato le testimonianze, i dati tecnici ed ogni altro elemento utile ed acquisito ogni altro dato tecnico che ritengono utile per la ricostruzione storica dell’ambiente lavorativo, traggono le loro conclusioni avvalendosi del Database Amyant INAIL ed utilizzano l’algoritmo di calcolo dell’Ente tedesco Berufsgenossenchaften.



[1] “Riguardo alle varie censure formulate assume particolare rilievo, sotto il profilo della insufficienza e illogicità della motivazione, la mancata valutazione del parere espresso dall’organo tecnico dell’INAIL CONTARP, che, secondo quanto testualmente riportato nel ricorso e nell’atto di appello, avrebbe ritenuto esposti all’amianto i lavoratori facenti parte della squadra operativa addetta alle varie operazioni… ciò in relazione ai dati di fatto di cui la stessa Sentenza appare dare atto, relativa alla adibizione del ricorrente ad operazioni di manovalanza nel reparto… con mansioni strettamente connesse con l’utilizzazione dell’amianto. Quanto alla valutazione, ai fini specifici della complessa questione tecnica oggetto di causa, degli elementi desumibili da tale attestazione, così come del resto degli elementi offerti dalle deposizioni richiamate nella motivazione della Sentenza, deve osservarsi che il Giudice di merito ben può ricorrere all’ausilio di un consulente tecnico, così come, nel caso in cui non siano stati chieste ai testimoni le specificazioni ritenute necessarie ai fini del decidere, può disporre il loro nuovo esame a norma dell’art. 257, secondo comma, c.p.c. e comunque, nel rito del lavoro, nell’esercizio dei poteri istruttori di ufficio di cui agli artt. 421 e 437 c.p.c.. Il ricorso deve dunque essere accolto nei confronti dell’Inps, con cassazione della Sentenza impugnata e rinvio della causa ad altro giudice, che provvederà a nuovo esame, con adeguata motivazione circa le risultanze istruttorie e la loro valutazione” (cfr. Sentenza Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 1392 del 2009).

[2] L’art. 445 c.p.c. così recita: “(Consulente tecnico) Nei processi regolati nel presente capo, relativi a domande di prestazioni previdenziali o assistenziali che richiedano accertamenti tecnici, il giudice nomina uno o più consulenti tecnici scelti in appositi albi, ai sensi dell’articolo 424. Nei casi di particolare complessità il termine di cui all’articolo 424 può essere prorogato fino a sessanta giorni. (Articolo così sostituito dalla L. 11 agosto 1973, n. 533)”.